Le Strategie di Fronteggiamento Funzionalità e Disfunzionalità

 

 

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Il modello interattivo dello stress proposto da Lazarus Folkmann (1984) identifica nell’interpetazione della situazione (cogntive appraisal) e nella strategia di fronteggiamento (coping) i processi psicologici in grado di mediare la relazione stress-sintomi. Il coping riguarda l’insieme degli sforzi cognitivi e comportamentali con cui l’individuo cerca di padroneggiare, ridurre o tollerare le pressioni interne ed esterne che minacciano le sue risorse di adattamento. Sono state inizialmente distinte due funzioni di coping: l’impegno attivo con cui l’indivisuo affronta il problema fonte di stress (problem focused coping) e la regolazione delle emozioni ad esso conseguente (emotion focused coping). In seguito è stata individuata un ulteriore funzione, essa è orientata all’evitamento: la persona ricorre ad attività e/o strategie cognitive in un tentativo deliberato di svincolarsi dalle situazioni stressanti, ad esempio, con l’allontanamento, oppure cercando delle distrazioni. Le persone utilizzano in modo integrato queste forme di fronteggiamento in relazione alle caratteristiche di personalità e alla particolare configurazione della situazione.
Le strategie focalizzate sul problema prevalgono nelle situazioni in cui la persona sente di poter fare qualcosa di costruttivo, mentre quelle finalizzate alla gestione emotiva e le strategie focalizzate all’evitamento predominano nelle situazioni in cui si crede di non poterle modificare o che sfuggono al controllo personale le modalità di affrontare le situazioni stressanti ovvero le situazioni disturbanti.
La modalità di fronteggiamento è un processo dinamico ed evolutivo, che cambia nel tempo e al variare della situazione, è una risposta che comprende azioni sia cognitive che comportamentali tese a controllare l’effetto fisico, emotivo e psicologico scaturito da eventi stressanti e problemi quotidiani. Una panoramica degli studi sull’argomento ha portato alla costruzione organica, seppur non esaustiva, di una tassonomia delle forme di fronteggiamento. Il sistema di classificazione della Ryan-Wenger (1992), ha permesso l’individuazione di 15 categorie, mutualmente escludenti e consensualmente validate. Le singole modalità afferiscono in modo più consistenete alle seguenti categorie: aggressività, autocontrollo, distrazione ed evitamento emotivo – comportamentale, ristrutturazione cognitiva, problem solving, richiesta di informazioni e di supporto sociale. Il coping focalizzato sull’emozione sembra essere associato a problemi di aggressività mentre quelli orientati al problema sono inversamente correlato con disturbi di vario tipo, in particolare con l’aggressività (Compas e coll. 1988). le modalità aggressive sono positivamente connesse con una sintomatologia depressiva (Dise-Lewis,1988). Le modalità evitanti invece appaiono connesse con una sintomatologia ansiosa. Benché la modalità di fronteggiamento rappresenti un processo dinamico con un’elevata variabilità individuale e situazionale, ogni persona può mostrare una certa preferenza e tendenza ad utilizzare determinate strategie di coping; in questo caso si parla di stili di fronteggiamento ovvero stili di coping, che fanno riferimento a modalità più stabili con cui gli individui affrontano tipicamente le avversità, le modalità di coping che caratterizzano lo stile personale.
È principalmente la valutazione cognitiva dell’evento, piuttosto che l’evento in sé, che determina l’innescarsi o meno una reazione di stress da parte della persona; è il percepire l’evento come stressante che lo rende tale, e sarà tanto più stressante quanto più l’individuo si percepirà inadeguato e incapace di fronteggiarlo (Lazarus, 1993; Lazarus e Folkman, 1984). Naturalmente, nella quotidianità, bisogna tenere conto anche delle condizioni psicofisiche in qui si trova l’individuo. Nel caso in cui una persona si trova in uno stato d’animo particolare , per un principio generale di congruenza affettiva, lo stato d’animo attivato influenza l’accessibilità in memoria di informazioni che lo convalidano ed orientano nella stessa direzione la ricerca e l’interpretazione di nuove informazioni riguardanti l’oggetto della valutazione. I risultati di numerosi studi sperimentali che hanno esplorato tale ipotesi, confermano nel complesso che nel momento in cui i soggetti erano posti in uno stato d’animo negativo (attraverso procedure validate nelle classiche ricerche sulle emozioni, ad esempio salire le scale, pedalare su una cyclette per un dato periodo di tempo, la lettura ad alta voce di certe proposizioni, o il ricordo di eventi di vita piacevoli o spiacevoli) era più probabile che esprimessero valutazioni ostili.
Le specifiche strategie per far fronte agli eventi stressanti non sono di per sé efficaci o inefficaci, così come il carattere stressante degli eventi non può essere definito in termini assoluti, ma si rivelano tali in rapporto a variabili personali e contestuali tra loro interdipendenti. In questo senso lo stile di fronteggiamento più efficace è probabilmente quello più flessibile. Sicché, la disfunzionalità di una strategia per far fronte ad una situazione stressante è data dalla sua rigidità di attivazione. Per dare una spiegazione delle cause di una modalità disadattiva dello stile di coping è necessario analizzare ed elaborare un modello esplicativo dei processi interpretativi delle situazioni (cognitive appraisal). Secondo la prospettiva di ricerca centrata sull’esperienza quotidiana, definito modello della situatività, gli individui costruiscono attivamente le situazioni: la social cognition (Wyer e Srull, 1983; Zalesny e Ford, 1990; Ross e Nisbett, 1991) mostra che l’ambiente dell’esperienza quotidiana, non solo quello sociale ma anche quello fisico, non è un dato di cui gli attori si limitino a prendere atto, ma è il prodotto di processi sociali di categorizzazione, stereotipizzazione, identificazione con gruppi, formazione e trasmissione di valori e norme sociali. L’influenza sociale, sia informazionale che normativa, stabilisce che cosa è desiderabile e che cosa non lo è. Essa permea la costruzione dell’identità delle persone, la definizione dei loro scopi, la formulazione dei loro progetti. L’individuo organizza quel pezzo di situazione che è capace di vedere e lo organizza secondo i progetti che è capace di formulare. La selezione dell’informazione potenzialmente ottenibile dall’ambiente richiede sì competenze cognitive specifiche ma non è necessariamente un’attività consapevole: esistono solide evidenze empiriche dell’esistenza di processi di apprendimento e problem solving che rimangono inconsci pur essendo considerevolmente sofisticati e complessi (Hayes e Broadbent 1988). Identità, scopi e progetti sono il punto di partenza delle operazioni di selezione ed interpretazione attraverso cui gli individui strutturano le situazioni ed attribuiscono ad esse un preciso significato. Tale punto di partenza è poi, a sua volta, costantemente modificato dalle varie configurazioni che le situazioni assumono in corrispondenza delle iniziative della persona. Come gli scopi delle persone forniscono il criterio per selezionare e interpretare aspetti della situazione, così le opportunità o le minacce identificate nelle situazioni, insieme alle risposte che l’ambiente di volta in volta dà alle iniziative dell’individuo, retroagiscono sul sistema degli scopi dell’individuo, favorendone alcuni e distogliendone altri.
Un ruolo importante lo riveste la nozione di schema: gli schemi sono strutture astratte di conoscenza che si formano attraverso la presentazione ripetuta di alcune esperienze dalle quali è possibile astrarre caratteristiche comuni e la cui attivazione resta generalmente inconsapevole. Lo schema rappresenta una determinante fondamentale per l’emissione di un comportamento, sopratturro nel momento in cui si riferisce ad un ben definito ambitodel repertotio comportamentale della persona. Lo schema guida le elaborazioni delle informazioni, la raccolta delle informazioni, sarà in grado di orientare la formazione di ipotesi, di aspettative inferite e influenzare la scelta di strategie di comportamento più adeguate in relazione all’oggetto o alla situazione in causa ed alle conseguenze attese in base a queste scelte. Queste caratteristiche permettono allo schema di guidare l’elaborazione delle informazioni determinando ad es. l’attribuzione delle cause, il valore emozionale degli stimoli, la condotta più adatta alla singola situazione. Beck definisce gli schemi come strutture cognitive atte a: «vagliare, codificare e valutare gli stimoli che colpiscono l’organismo. E’ il modo nel quale l’ambiente viene analizzato ed organizzato nelle sue molteplici sfaccettature psicologicamente rilevanti. In base alla matrice degli schemi, l’individuo è in grado di orientasi rispetto allo spazio ed al tempo, e di classificare ed interpretare le sue esperienze in maniera significativa».


Secondo il cognitivismo l’apprendimento è anche strategico, cioè richiede un’attività specifica da parte dell’individuo. Una strategia è sostanzialmente una modalità, una procedura per affrontare un compito in vista di un obiettivo da raggiungere. Le strategie sono in genere attività intenzionali e controllate, anche se a livelli esperti possono diventare automatizzate (Cornoldi, 1995). L’uso di strategie è in stretta relazione con le componenti motivazionali e metacognitive. Per metacognizione si intende l’insieme di attività psichiche che regolano in modo consapevole il funzionamento cognitivo (Cornoldi e Caponi, 1991). Se i processi cognitivi riguardano operazioni mentali inerenti al ricordare, immaginare, pensare, comprendere un testo, risolvere un problema, la dimensione metacognitiva di tali processi è rappresentata dalle conoscenze, valutazioni, decisioni che fanno sì che il processo sia attivato, condotto in un certo modo, verificato, portato a termine o interrotto. Tale attività di controllo metacognitivo, è resa possibile da una serie di conoscenze metacognitive: le conoscenze strategiche, le idee e le convinzioni sul funzionamento della mente; inoltre, nei modelli metacognitivi più recenti sono inclusi anche le misconoscenze, le credenze, le convinzioni, le convinzioni attribuzionali, il senso di autoefficacia e l’autodeterminazione (Borkowski e Mutukrishna, 1994)
Un secondo fattore determinante nella costruzione delle situazioni è di natura motivazionale. L’identificazione dell’opportunità o della minaccia che la situazione porta dentro di sé per quel particolare individuo in quel particolare spazio-tempo dipende non solo dalla competenza dell’individuo nel comprendere gli aspetti potenzialmente rilevanti della situazione, ma anche dalla presenza in lui di interessi e scopi che siano sufficientemente sviluppati ed articolati da risultare riconoscibili, almeno per lui, e salienti nella specifica situazione. Essi regolano la condotta in funzione di particolari mete e sono in stretta relazione con l’esperienza emotiva. Le emozioni accompagnano infatti l’azione delle persone e possono esserne considerate indicatori di attività.
Normalmente, le persone non hanno un solo interesse o scopo, né hanno una scala perfettamente stabile e ordinata di interessi e scopi. Se la situazione in un dato momento viene interpretata in un certo modo, ciò non avviene necessariamente perché l’attore non veda altri modi di interpretarla, ma perché il modo prescelto prevale temporaneamente sulle alternative. Al contrario, nel caso in cui osserviamo un solo interesse ovvero una scala perfettamente stabile e ordinata di interessi, stiamo osservando una disfunzionalità. In questo caso il sistema d’interessi è pressoché stabile: maggiore sarà la gravità della sofferenza psichica, maggiore sarà la rigidità dei principali interessi e scopi dell’individuo. Ne consegue che gli schemi cognitivi attivati tenderanno a riprodursi in modo rigido, automatico, inconsapevole; la relazione con gli ambienti darà luogo ad interpretazioni disfunzionali delle situazioni; in questo caso si parlerà di circolo vizioso, in cui le azioni (o le strategie di fronteggiamento) degli individui non risolveranno la situazione interpretata come minacciosa e quindi problematica.
In conclusione, le strategie di fronteggiamento rappresentano le modalità che definiscono il processo di adattamento ad una situazione stressante. Tuttavia, esse non garantiscono l’esito favorevole di tale adattamento: possono assumere una incidenza funzionale o disfunzionale ed essere dunque efficaci o inefficaci in base alle specifiche circostanze che la persona si trova ad affrontare. Se la strategia è funzionale alla situazione, può mitigare e ridurre la portata stressogena dell’evento, se invece è disfunzionale può aggravare e amplificare lo stress percepito. In quest’ultimo caso si parla di coping disfunzionale, che momentaneamente può contenere o ridurre le emozioni negative, ma nel frattempo la situazione problematica rimane o si rafforza; queste strategie possono quindi essere efficaci nel breve termine, ma non nel lungo termine.

In quest’ultimo caso si parla di coping disfunzionale, che momentaneamente può contenere o ridurre le emozioni negative, ma nel frattempo la situazione problematica rimane o si rafforza; queste strategie possono quindi essere efficaci nel breve termine, ma non nel lungo termine. come nel caso in cui, al posto di strategie funzionali alla soluzione della situazione problematica, si attivano strategie tese all’autoregolazione emotiva o all’evitamento.

Bibliografia: Cornoldi C., 1995 Metacognizione e apprendimento, Bologna, Il Mulino. Galeazzi A. 1994 Personalità e Competenza Sociale. Erip Editrice Pordenone. Lazarus, R.S. 1991 Emotion and adaptation, New York, Oxford Univ. Press. Mancini F., Rainone A., 2008. La dimensione cognitiva dei disturbi dell’umore –in Trattato Italiano di Psichiatria, Terza Edizione, a cura di Cassano B.G., Tundo A., Elsevier Masson.

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